Jan ROKITA: Come sono diversi gli echi della Grande Guerra

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Come sono diversi gli echi della Grande Guerra

Jan ROKITA

Filosofo in politica. Attivista dell'opposizione in epoca comunista, in seguito deputato del Sejm.

Ryc.: Fabien Clairefond

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È stato un momento chiave per la comprensione polacca del mondo e della sua posizione in esso – Jan ROKITA

Nel suo famoso libro The Sleepwalkers, il professore britannico Christopher Clark indaga sulla causa della prima guerra mondiale, constatando che si è trattato più di una tragedia che di un crimine. La Grande Guerra è stata causata dai “sonnambuli”, ignari dell’entità della catastrofe di cui erano diventati responsabili. La catastrofe non è stato solo il numero delle vittime e l’entità dei danni, ma soprattutto il crollo dell’ordine politico europeo, da molti ancora oggi ammirato come “il bel Ottocento”. Sei anni fa, nel centenario di quella guerra, il libro di Clark è diventato la “bibbia politica” di politici e intellettuali, che, arricciando le labbra con apprezzamento, ne hanno discusso le tesi in innumerevoli conferenze, finendo sempre con lo stesso monito contro il ripetersi del precedente “sonnambolico”. Guardando dalla prospettiva dell’Europa occidentale della “belle époque“, brutalmente interrotta da quella guerra, si può dire che questo tipo di narrazione, che Clark ha dettato all’Europa, non è solo logica ma ha anche il valore della nobiltà morale. Tuttavia, in tale narrazione il polacco deve essere colpito dalla differenza radicale nell’esperienza del XX secolo, che è caratteristica dell’Europa centrorientale. Una differenza che il francese, l’italiano o anche il tedesco di oggi probabilmente fa fatica a vedere, per non parlare di accettare.

Uno dei brani più famosi della letteratura polacca, che è rimasto impresso nella memoria di ogni polacco fin dai tempi della scuola, è una preghiera della Litania dei pellegrini del più grande poeta polacco Adam Mickiewicz: “La guerra generale per la libertà dei popoli! Ti chiediamo o Signore”. Questo passaggio è trattato come un annuncio profetico dello scoppio della guerra, la quale, dopo più di un secolo di occupazione, porterà finalmente ai polacchi la libertà e l’opportunità di vivere nel proprio paese. In questa narrazione polacca, il 1914 non è né un “crimine” né una “tragedia”, ma, al contrario, è un araldo storico della libertà riconquistata quattro anni dopo, quando l’inaspettato risultato di questa guerra è stata la caduta di tre imperatori occupanti: tedesco, russo e austriaco. 

È stato un momento chiave per la comprensione polacca del mondo e della sua posizione in esso. La vittoria di Inghilterra e Francia ha permesso ai polacchi di riconquistare la loro libertà, e quindi sono state queste due potenze ad essere iscritte come “amichevoli” e “alleate” al codice di autocoscienza politica polacca tramandato di generazione in generazione. Ma questo non basta. Quella vittoria, come sa ogni bambino in Polonia, è stata possibile solo perché è stata la prima volta nella storia che gli americani sono entrati in Europa. Se poco dopo se ne sono andati, disgustati dalla qualità della politica europea, la tragedia doveva ripetersi. La seconda guerra mondiale n’è diventata la prova più evidente. E così questa convinzione del potere quasi “magico” della presenza americana in Europa è stata codificata anche nel DNA politico che definisce l’identità dei polacchi.

Lo Stato polacco, rinato nel 1918, non poteva pensarsi diversamente che in termini di una sorta di più ampia unione dell’Europa centrale. Si trattava di un’evidente eco dei vecchi tempi, quando la dinastia jagellonica lituana governava un vasto potere federale con due capitali a Cracovia e a Vilnius. Certo, in altre categorie più etniche, il movimento nazionale polacco stava abbracciando la nuova statualità, ma l’assunzione del potere da parte di Józef Piłsudski (nel giorno dello storico armistizio di Compiègne, l’11 novembre 1918) significava che non erano i “nazionalisti”, ma i “prometeisti” a definire la missione dello Stato polacco nel dopoguerra. Tuttavia, l’alleanza militare con gli ucraini e i bielorussi che si stavano anche liberando dalla dominazione russa, il cui senso era quello di stabilire una nuova unione nell’Europa centrale e orientale, è crollata sotto la pressione dei bolscevichi. C’erano forze appena sufficienti per difendere la minacciata sovranità polacca contro i bolscevichi, presenti nei pressi di Varsavia nell’estate del 1920. Non vi erano abbastanza forze per rinnovare l’idea di un’unione nell’Europa centrale e orientale. Ma anche se l’unione non si era formata in quel momento, e questa parte d’Europa sarebbe presto diventata un campo di battaglia per il nazionalismo, quel periodo, subito dopo la Grande Guerra, è diventato come un’eco, sentita nella politica polacca costantemente nel corso dell’ultimo secolo, fino ad oggi.

Questo è soprattutto l’eco di sogni di integrazione politica, che (come è diventato evidente nel corso del tempo) non può più essere stabilita nell’Europa centrorientale, ma può entrare in quest’area solo come parte di un grande progetto di integrazione per tutta l’Europa. È necessario saperlo per capire l’entusiasmo dei polacchi per la propria adesione all’Unione europea nel XXI secolo, ma anche per il suo allargamento all’Ucraina, alla Bielorussia, alla Moldavia o alla Georgia. Un particolare “trasferimento” dell’Unione verso l’Est ha costruito la missione politica dello Stato polacco contemporaneo, e senza la consapevolezza di questo fatto è impossibile comprendere la politica polacca dell’ultimo quarto di secolo. 

Un’eco lontana di quel tempo è purtroppo anche un forte ricordo in Polonia del fatto che al momento in cui nel 1920 tutti i piani polacchi rischiavano di crollare, e con essi anche l’esistenza stessa dello Stato polacco era minacciata, le potenze europee “alleate” e “amichevoli”, e soprattutto l’Inghilterra, sotto Lloyd George, si è paradossalmente schierata dalla parte dei bolscevichi, costringendo il governo polacco alla conferenza di Spa a cedere metà del territorio del Paese alla Russia sovietica, ossia tutto ciò di cui gli zar russi si sono appropriati con la forza nel XVIII secolo. 

.Questa diffidenza nei confronti degli “amici” europei, che si è rafforzata nel settembre 1939 e che di fatto continua ancora oggi, non è mai più stata eliminata in Polonia. Tuttavia, l’eco ricorrente di quegli eventi evoca anche una particolare sensibilità polacca al danno e al rifiuto da parte dell’Europa degli ucraini e dei bielorussi, le uniche nazioni che un secolo fa si sono armate insieme ai polacchi contro la minaccia sovietica. Deve esserne consapevole chiunque voglia capire perché oggi in Polonia vivono e lavorano più di un milione di immigrati ucraini ospitati apertamente, e al vertice dell’Unione Europea è il Primo Ministro polacco ad auspicare (con successo) un piano di ampio sostegno economico alla Bielorussia, che sarà lanciato quando i suoi cittadini riusciranno a rimuovere la tirannia che finora ha prevalso in quel paese. 

Nel suo famoso libro, il professor Clark ha dimostrato che gli echi di quella Grande Guerra risuonano nella politica contemporanea. È vero. Solo che gli echi polacchi hanno un suono un po’ diverso da quelli ascoltati dal grande storico britannico.

Jan Rokita

Testo pubblicato nel mensile Wszystko Co Najważniejsze (Polonia) nell’ambito di un progetto educativo storico dell’Istituto della Memoria Nazionale

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