Maciej ZIĘBA OP: L'eredità di un “Ragazzo polacco”

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L'eredità di un “Ragazzo polacco”

Maciej ZIĘBA OP

Domenicano, teologo, filosofo e pubblicista. Fondatore e presidente dell'Istituto Tertio Millennio.

Ryc.Fabien Clairefond

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Giovanni Paolo II fu il primo Papa ad apprezzare il ruolo di uno stato di diritto democratico e di un’economia di libero mercato. Ma non incondizionatamente – Maciej ZIĘBA OP

“Questo ragazzo polacco fece la sua strada in modo impressionante, senza esitazioni”, scriveva Matthias Matussek su “Der Spiegel” 15 anni fa, “Gli dobbiamo gratitudine per il coraggio da leone e l’amore, per tutte le sue battaglie e l’intransigenza che salvarono la fede dalla banalizzazione e costituiscono l’eredità della Chiesa”. Ma, a distanza di tempo, possiamo confermare l’opinione di un noto pubblicista tedesco? I 15 anni trascorsi dalla morte di Karol Wojtyła ed il centenario del suo compleanno ci permettono di osservare da una maggiore distanza l’eredità del “ragazzo polacco”.

Unità della Chiesa

Il compito fondamentale che Karol Wojtyła dovette affrontare fu quello di ricostruire l’unità della Chiesa. Dal Concilio Vaticano II in poi, essa fu piena di tensioni – la lotta dei “liberali” contro i “tradizionalisti” ed il diverso approccio alle riforme nelle chiese locali si sovrapponevano al disastroso declino delle vocazioni e alla secolarizzazione dell’Europa occidentale. “La Chiesa cattolica era in uno stato di decadenza, si stava sgretolando. Dopo il Concilio Vaticano II, si stava trasformando in una coalizione di Chiese locali sempre più diverse tra loro” – giudicava Zbigniew Brzeziński – allora consigliere per la sicurezza del Presidente degli Stati Uniti. 

La risposta di Wojtyła a questa sfida fu fatta di 104 pellegrinaggi nelle Chiese di tutto il mondo, durante i quali attraversò quasi quattro volte la distanza tra la Terra e la Luna, avvicinando il papato astratto a milioni di cattolici in tutti i continenti. 

Un’altra forma di costruzione dell’unità fu la decisione di redigere, dopo quasi 500 anni, il primo catechismo che illustrava le verità della fede della Chiesa ai credenti di tutto il mondo. Un’altra forma ancora – nonostante l’opposizione di molti vescovi convinti che il tentativo di trasferire l’esperienza “conservatrice” polacca al mondo consumistico e laico dell’Occidente sarebbe finito nell’imbarazzo – fu l’idea della Giornata mondiale della gioventù. Tutte queste azioni si rivelarono un grande successo e ricostruirono il senso della comune identità cattolica.

Dialogo

Tuttavia, ciò non significava concentrarsi sui problemi della Chiesa. L’unità fu la condizione per aprirsi al mondo. 

Giovanni Paolo II fu il primo papa a varcare la soglia di una sinagoga (1986), le soglie di una moschea (2001, peggio ancora, baciò il Corano – che i “tradizionalisti” non riescono perdonargli ancora oggi) e di un tempio buddista (1984). È su sua iniziativa che ad Assisi, nel 1986, iniziarono gli incontri di preghiera per la pace dei rappresentanti di varie Chiese e religioni di tutto il mondo. Il programma del dialogo interreligioso fu formulato nel 2000 durante la sua visita in Israele “per ascoltarsi rispettosamente l’un l’altro, per cercare di riconoscere ciò che è buono e sacro nelle altre dottrine, e per cooperare in tutto ciò che promuove la comprensione e la pace”. Commentando questa visita, il presidente Yad Vashem disse: “Il Papa getta i ponti sui fiumi di sangue”.

Un simbolo di apertura al mondo possono essere anche i simposi di Castel Gandolfo, in cui i più eminenti rappresentanti dell’ermeneutica, Hans-Georg Gadamer e Paul Ricoeur, il comunitarista Charles Taylor, il filosofo del dialogo Emmanuel Levinas, il filosofo della logica e della metodologia Ernest Gellner, lo storico delle idee Leszek Kołakowski, oltre agli eminenti storici, come il creatore di microstoria Emmanuel Le Roy Ladurie, l’esperto della Rivoluzione francese François Furet, o Gertrude Himmelfarb, l’autorità negli studi della storia contemporanea dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, sociologi famosi come Sir Ralf Dahrendorf o Edward Shils, ed anche fisici come il brillante fisico quantistico Carl-Friedrich von Weizsaecker, discussero le sfide fondamentali della modernità. 

Si trattava di incontri delle menti più brillanti a cavallo tra il XX e il XXI secolo, che si riunivano intorno a Giovanni Paolo II, in una libera discussione, rappresentando varie fedi e religioni, e spesso ammettendo la loro mancanza di fede.

Un elemento di apertura al mondo fu anche una costante riflessione sugli errori della Chiesa commessi nella storia e attuali. Da questa idea nacquero i simposi vaticani su Giovanni Hus, Galileo e l’antigiudaismo nella storia della Chiesa, da qui prende vita anche l’inserimento nel programma quinquennale di preparazione all’anno 2000 della confessione delle colpe commesse nella storia. E dalle questioni moderne – la lotta contro lo scandalo della pedofilia. Inizialmente (dal 1995) nella Chiesa negli Stati Uniti, e nel 2001 estesa a tutta la Chiesa, con uno standard di “tolleranza zero” e l’espulsione dei colpevoli dal sacerdozio.

Diritti umani

Giovanni Paolo II “difendeva i valori umani con una voce chiara e forte. E’ una rarità. C’era il Mahatma Gandhi in India, c’era Mandela in Sudafrica, ma, con tutto il rispetto e senza toglier loro nulla, considerando il mondo intero, nessuno può essere paragonato a Karol Wojtyła”, disse Richard von Weizsaecker. In questo modo l’ex presidente della Germania riassunse le molteplici e pluriennali attività di Giovanni Paolo II, che fece dei diritti umani una priorità del suo pontificato. La sua strategia fu giustamente descritta da Patricio Navia, politologo cileno dell’Università di New York, che mostrò il fiasco di Pinochet che intendeva usare la sua visita papale per autenticare la propria dittatura. 

Tuttavia, si è sbagliato perché – scriveva Navia – anche se Giovanni Paolo II era un anticomunista, fu sempre stato un feroce difensore della vita e dei diritti umani, a differenza della dittatura. Il Papa sapeva che sarebbe stato criticato, ma credeva che la sua visita avrebbe dato impulso ai cambiamenti democratici in Cile. E così fu – approfittando della protezione garantita dalla presenza papale, per la prima volta migliaia di cileni poterono protestare contro Pinochet. E questo minò le fondamenta della cultura della paura che ci era stata così efficacemente instillata. 

Il Papa, incontrando i poveri e gli esclusi e ripetendo “i poveri non possono aspettare”, additò dolorosamente anche le lacune della politica economica del regime. In Cile, dove all’epoca quasi il 40% della popolazione viveva in povertà, le parole del Papa furono una condanna pronunciata sul conto di Pinochet”. Molti autocrati sbagliarono i conti in modo simile: il Gen. Stroessner in Paraguay, il Gen. Bignone in Argentina, il Gen. Jaruzelski in Polonia, i presidenti Marcos nelle Filippine, Ortega in Nicaragua e Duvalier ad Haiti. “Questo Papa ebbe il dono straordinario di arrivare nei momenti critici in diversi angoli del mondo”, descrisse Samuel Huntington di Harvard, “per guidare le società verso la libertà, verso la democrazia”.

Democrazia liberale

Giovanni Paolo II fu anche il primo Papa ad apprezzare il ruolo di uno stato di diritto democratico e di un’economia di libero mercato. Mostrando i loro vantaggi ed il loro ruolo positivo, ricordò, tuttavia, che il libero mercato non è un meccanismo che si autoregola e che la democrazia non significa solo la possibilità di votare. “Oggi l’individuo spesso soffoca tra i due poli: lo Stato ed il mercato”, scriveva e dimostrava che entrambi esigono un sottosuolo etico e che venga loro assegnato un carattere personalistico, servitore della persona. Il Papa approcciava, in modo simile, il problema della tutela dell’ambiente, di cui si preoccupò fin dall’inizio del suo pontificato. La lotta per i limiti di emissione di sostanze nocive è secondaria rispetto ai problemi “dell’ecologia umana” – è infatti necessario trasformare la cultura in modo tale che, l’eccessivo consumismo e la ricerca di un costante aumento dei tassi di profitto cessino di essere idoli.

Femminismo

“La Chiesa ed il mondo vivranno già nel XXI secolo, e forse anche più in là, prima che la teologia cattolica assimili i contenuti di 130 catechesi delle udienze generali. Se la teologia del corpo di Giovanni Paolo II verrà presa sul serio, potrà rivelarsi un momento di svolta nella cacciata del diavolo manicheo dalla teologia cattolica, insieme alla sua svalutazione della sessualità dell’uomo”, scrisse il biografo di Giovanni Paolo II George Weigel. 

Questa serie di catechesi, della durata di qualche anno, descrive la sessualità umana in modo positivo, dinamico e personalistico. Ma – ed è il leitmotiv papale – è legata alla trasformazione della cultura a carattere patriarcale. Per questo motivo, ne scrisse più volte nei suoi messaggi, nelle encicliche ed in due lettere dedicate alla dignità delle donne, la lotta per il 50% è secondaria rispetto alla trasformazione della cultura che permette al “genio femminile” di parteciparvi a pieno titolo. “Il segreto per completare rapidamente la strada che ci separa dal pieno rispetto dell’identità femminile non sta solo nel rivelare, seppur necessario, la discriminazione e l’ingiustizia”, scriveva, “ma anche e soprattutto nell’elaborare un programma di sviluppo concreto che copra tutti i settori della vita delle donne, basato su una rinnovata consapevolezza della dignità della donna da parte di tutti” (sottolineava Giovanni Paolo II).

Trapasso

Ognuno di questi argomenti richiede uno studio, ma c’è anche una dimensione che sfugge all’analisi – la morte. 

Nei momenti più difficili, quando gli adulatori tacciono e la cura delle relazioni pubbliche scompare, morire diventa solo una testimonianza. Fu il finale di un servizio al mondo in cui l’attività e la forma fisica, il successo e l’efficienza, i risultati dei sondaggi e l’audience sembrano essere idoli. Il Papa, attraverso la sua impotenza e la sua malattia, ci diede lezioni di umanità. Qualche settimana prima della sua morte, Andrea Camilleri, uno scrittore italiano, autorità di sinistra e dichiarato ateo, annotò: “Giovanni Paolo II è un uomo di una specie diventata rara che sa come soffre l’uomo. Sa che tipo di seme è necessario per far crescere il raccolto. Sorprendentemente vero è il suo rapporto con la vita, completamente estraneo all’artificiosità del mondo dei media. Il fatto che i media mostrino oggi la sua sofferenza è il suo trionfo sul semplicismo della televisione. È un grande uomo, un altro così non c’è più”.

Maciej Zięba OP

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