Prof. Timo BAAS: Decennio dell'Europa centrale

Decennio dell'Europa centrale

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Prof. Timo BAAS

Economista. Professore di macroeconomia all'Università di Duisburg-Essen.

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I Paesi dell’Europa centro-orientale aumenteranno significativamente il loro reddito pro capite nel prossimo decennio e raggiungeranno le economie dell’Europa meridionale.

Secondo i dati della Banca Mondiale, la maggior parte dei Paesi comunitari dell’Europa centro-orientale sono Paesi ad alto reddito, mentre trent’anni fa erano classificati come Paesi a basso o medio reddito. Nonostante questo successo, non hanno ancora raggiunto i Paesi ricchi. Il reddito pro capite in Europa centro-orientale è ancora ben al di sotto della media UE. È dunque giunto il momento per i Paesi dell’Europa centrale di ridurre significativamente il divario con i Paesi dell’UE definiti occidentali dopo il 1945?

Vorrei rispondere a questa domanda, tenendo conto della crisi causata dal coronavirus, degli investimenti diretti esteri, dell’istruzione e della migrazione, e considerando della minaccia della trappola del reddito medio.

Crescita del PIL nei Paesi comunitari dell’Europa centro-orientale

Fonte: Eurostat 2020

Tutti i Paesi dell’UE dovranno affrontare grandi sfide nel prossimo decennio. A seguito della crisi, anche i Paesi dell’Europa centro-orientale sono stati colpiti dal crollo della produzione e della domanda. Secondo le previsioni della Commissione Europea, il PIL della Germania si ridurrà del 5,6%. Il declino sarà molto più forte nei Paesi dell’Europa centro-orientale come la Slovenia (7,1), la Slovacchia (7,5), l’Ungheria (6,4) e la Croazia (9,6). Le eccezioni sono la Polonia (3,6) e la Lituania (2,2). Tuttavia, il regresso in Europa centro-orientale sarà più contenuto rispetto all’Europa meridionale – la Spagna (12,4), l’Italia (9,9), il Portogallo (9,3) e la Grecia (9,4) sono più fortemente colpiti dalla crisi; la disoccupazione, che era già alta, è in netto aumento. Bisogna quindi aspettarsi che i Paesi dell’Europa centro-orientale che hanno aderito all’UE nel 2004, superino i Paesi comunitari dell’Europa meridionale in termini di reddito pro capite.

Lo sviluppo dinamico dell’economia è influenzato dal continuo e consistente afflusso di investimenti diretti esteri. Questi investimenti contribuiscono al trasferimento di conoscenze e aiutano a ottimizzare i processi di produzione. A medio e lungo termine, questo porta alla crescita economica. Negli ultimi anni i Paesi dell’Europa centro-orientale sono riusciti ad attirare investimenti diretti in varia misura. La Polonia e la Slovenia sono riuscite ad aumentare il loro afflusso, mentre nei Paesi baltici essi sono stati disomogenei e in Ungheria e nella Repubblica Ceca si è notata la loro diminuzione. Anche il settore in cui vengono effettuati questi investimenti è fondamentale per lo sviluppo sostenibile. Negli ultimi anni, la maggior parte degli investimenti diretti è stata destinata all’industria manifatturiera.

Questo fenomeno è alquanto sorprendente, in quanto la tendenza degli anni ’90 e all’inizio del XXI sec. mirava al settore delle tecnologie dell’informazione e dei servizi finanziari. Cercherei le cause soprattutto nelle conseguenze della crisi delle “dotcom” dal 2000 e della crisi finanziaria ed economica dal 2007. La prima ha colpito duramente le aziende informatiche europee, mentre la seconda ha destabilizzato il sistema finanziario e bancario europeo.

Poiché sia il settore dell’informatica che quello dei servizi finanziari sono attualmente considerati promettenti, i bassi livelli di investimenti diretti in questi settori da parte dei Paesi dell’Europa centrale possono indicare che il processo di recupero del ritardo nei confronti dei principali Paesi industrializzati è in fase di stallo. Questa tendenza sarà rafforzata dalla crisi attuale se si riesaminerà l’atteggiamento finora piuttosto liberale dei Paesi dell’Europa centrale nei confronti degli investimenti diretti. Ciò si può già notare – la Commissione Europea ha messo in guardia gli Stati membri dell’UE contro le acquisizioni in settori strategici dell’economia. Negli ultimi mesi, alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, come p. es. la Slovenia e la Slovacchia, hanno inasprito le loro regole sugli investimenti diretti esteri. Il tempo ci mostrerà se un tale irrigidimento renderà la regione meno attraente, soprattutto per le economie emergenti come quella cinese.

Oltre agli investimenti diretti, il capitale umano svolge un ruolo decisivo nel processo di crescita. I Paesi dell’Europa centro-orientale hanno conseguito in questo campo risultati esemplari. Nei Paesi che hanno aderito all’UE nel 2004, la percentuale di popolazione con un basso livello di istruzione è stata ridotta al 10-16 %. In Croazia essa è del 18%, in Bulgaria del 22 e in Romania del 25%, dunque vicino alla media dell’UE, mentre nei Paesi dell’Europa meridionale questi tassi raggiungono il 50%.

L’istruzione professionale si è sviluppata in modo significativo, con quasi due terzi della popolazione ceca e slovacca che si è diplomata in tali scuole. Seguono la Polonia, l’Ungheria e i Paesi baltici, dove il coefficiente è pari a circa il 60%. Essi superano quindi Paesi come la Germania e l’Austria, che hanno un forte sistema di istruzione professionale. Tuttavia, questo ha un impatto negativo sull’istruzione universitaria. I Paesi dell’Europa centro-orientale (Germania inclusa) sono sotto questo aspetto in fondo alla lista, con una differenziazione piuttosto importante. La Lituania è vicina alla vetta (37,9%), mentre la Romania è tra i Paesi con la quota più bassa di laureati (16%).

Popolazione per livello di istruzione in percentuale.

 Basse qualifiche (ISCED 0-2)Medie qualifiche (ISCED 3-4)Alte qualifiche (ISCED 5-8)
Bulgaria21,953,524,7
Repubblica Ceca12,366,121,6
Estonia15,847,736,5
Croazia18,159,922
Lettonia14,953,831,4
Lituania11,15137,9
Ungheria2057,622,5
Polonia13,358,528,2
Romania25,158,916
Slovenia15,854,929,3
Slovacchia14,562,323,1
Fonte: Eurostat 2020

L’afflusso e il deflusso di lavoratori qualificati è strettamente legato all’istruzione della popolazione. In questo contesto, opportunità e minacce si intrecciano. I cittadini dell’Europa centro-orientale con formazione professionale sono richiesti in Paesi come la Germania e l’Austria, mentre quelli con istruzione secondaria trovano lavoro e opportunità di istruzione anche nel Regno Unito grazie alle loro buone competenze linguistiche. Quanto i Paesi dell’Europa centro-orientale perdono a causa dell’emigrazione di persone istruite, cioè della fuga di cervelli, o quanto guadagnano dall’immigrazione dipende dalla disponibilità di queste persone a ritornare. Le statistiche dalla Germania ispirano speranza. La maggior parte dei cittadini mobili dell’Europa centro-orientale soggiorna in Germania solo fino a cinque anni. Anche se non disponiamo di dati più dettagliati al riguardo, è ragionevole supporre che molti di loro stiano tornando nei loro Paesi d’origine. I sondaggi mostrano che i residenti dell’Europa centro-orientale aumentano i loro guadagni soggiornando all’estero. Ciò si può spiegare facilmente grazie ai contatti stabiliti e alla conoscenza delle lingue, dei Paesi e dei sistemi di produzione. I rimpatriati acquisiscono conoscenze e competenze che vengono adeguatamente ricompensate nel mercato domestico del lavoro. Ciò rafforza il capitale umano dei Paesi dell’Europa centro-orientale, favorisce la cooperazione europea e contribuisce a ridurre il divario con i Paesi più ricchi dell’UE in termini di reddito pro capite.

Sulla base delle argomentazioni presentate, si può presumere che i Paesi dell’Europa centro-orientale aumenteranno significativamente il loro reddito nei prossimi dieci anni e raggiungeranno le economie dell’Europa meridionale. Elevati livelli di istruzione, bassa disoccupazione e accesso al mercato interno uniforme dell’UE riducono la vulnerabilità alle crisi e rendono i Paesi comunitari dell’Europa centro-orientale luoghi attraenti per gli investimenti diretti esteri. Tuttavia, la concentrazione sulle industrie manifatturiere, la percentuale ancora bassa di persone con un’istruzione terziaria e l’emigrazione di lavoratori qualificati sono motivo di preoccupazione. In questo caso sono ancora necessari notevoli sforzi per raggiungere i Paesi del nord e dell’ovest dell’UE. C’è il rischio che il processo di recupero dei Paesi dell’Europa centro-orientale si blocchi e che non riescano ad evitare la trappola del reddito medio, soprattutto se si impadroniscono solo di quegli anelli della catena del valore dove non è più possibile produrre in modo redditizio nei Paesi dell’Europa settentrionale e occidentale. L’Europa centro-orientale dovrebbe contrastare questa situazione e competere per le industrie attraenti del futuro. Se questo avrà successo, il decennio che inizia potrebbe diventare il decennio dei Paesi di questa regione d’Europa.

Timo Baas

Il testo pubblicato in contemporanea con la rivista mensile d’opinione Wszystko Co Najważniejsze nell’ambito del progetto „Dekada Europy Centralnej” realizzato con la Borsa di Varsavia.

Materiale protetto da copyright. Ulteriore distribuzione solo su autorizzazione dell'editore. 22/01/2021