Prof. Aleksander SURDEJ: Chi ingannava i lavoratori?

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Chi ingannava i lavoratori?

Prof. Aleksander SURDEJ

Ambasciatore polacco presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Professore all’Università di Economia di Cracovia.

Ryc.Fabien Clairefond

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I cambiamenti avviati da Solidarność portarono alla Polonia 28 anni di continua crescita economica ed un significativo e verificabile aumento della prosperità media

Pochi sanno, e ancor meno ricordano, che la distruzione pacifica del sistema comunista ebbe inizio nell’agosto del 1980, con gli scioperi dei lavoratori polacchi e la creazione di un movimento sociale chiamato “Solidarność”.

Alcune delle richieste economiche avanzate dai lavoratori in sciopero, lette oggi, sembrano essere banali e di natura “tecnica”: aumento dei salari, indicizzazione antinflazionistica salariale, età di pensionamento o qualità dell’assistenza sanitaria. In un momento di grandi tensioni sociali sullo sfondo di disuguaglianze economiche e nelle possibilità di vita osservate nei paesi occidentali, per molti può essere scioccante il fatto che i lavoratori polacchi abbiano stimolato le società del blocco sovietico a rompere con il sistema e l’economia socialista, ed il numero crescente in maniera esponenziale di critici contemporanei del capitalismo può affermare direttamente che i lavoratori furono ingannati.

Vale quindi la pena ricordare le caratteristiche ed i risultati tangibili dell’economia socialista reale, che sembrano dissolversi nelle dispute emotive sulla direzione dei cambiamenti nei sistemi economici.

Il socialismo è la pianificazione dettagliata e centrale. La politica economica basata su una meticolosa pianificazione centrale degli investimenti e della produzione fu presentata come un modo per eliminare il corso “naturale” dei processi economici nell’economia capitalista. In effetti, la pianificazione si rivelò efficace nel delineare le linee ferroviarie dalla miniera di carbone all’acciaieria, ma era già completamente impotente quando i cittadini si aspettavano prodotti nuovi e di qualità superiore – quelli importati dall’Occidente. Inoltre, i jeans o i walkman ambiti dai cittadini dello stato socialista non erano ampiamente disponibili, ma venivano venduti attraverso il cosiddetto “export interno”, ovvero solo a chi possedeva o acquistava “valuta” al mercato nero (dollari, di fatto).

La pianificazione centrale e le imprese statali non autonome facevano parte del meccanismo che l’economista ungherese János Kornai chiamava “l’economia della scarsità”. Le scelte dei pianificatori e le decisioni della direzione degli stabilimenti industriali (il termine “impresa” fu giustamente usato di rado all’epoca, in quanto questi stabilimenti erano poco intraprendenti!) portavano a periodici sovrainvestimenti in assenza di effetti positivi per il consumatore. Si produceva sempre più cemento e acciaio, e i cittadini continuavano a sentire che si stavano gettando le basi della prosperità, di cui un giorno avrebbero usufruito i loro figli o nipoti.

La scarsità dell’offerta per i consumatori non era una situazione temporanea, ma un effetto sistemico di bassa efficienza microeconomica. Il pianificatore centrale spingeva l’economia verso investimenti sempre più nuovi nell’industria pesante, gli stabilimenti industriali producevano prodotti di bassa qualità, e, non essendo costretti alla concorrenza, non innovavano, ma solo imitavano con ritardo le novità delle aziende occidentali. Gli ingegneri degli stabilimenti socialisti informavano di successive invenzioni nate nei loro laboratori di progettazione e si lamentavano della burocrazia che paralizzava gli effetti del loro lavoro – i cittadini credettero a lungo sulla parola nei risultati annunciati fino a quando non ritennero queste assicurazioni come una mera propaganda. La gestione degli stabilimenti industriali fu spesso affidata a membri poco competenti del partito comunista (i cosiddetti raccomandati), e tale meccanismo di selezione fu descritto sommessamente come il principio BMW (dal polacco “bierny, mierny, ale wierny”, ovvero “passivo, mediocre, ma fedele”). A causa della debolezza degli stimoli motivazionali, si diffondevano lo scoraggiamento e la demoralizzazione. I giovani che, attraverso una crepa nel muro comunista, poterono vedere la vita normale degli occidentali, colsero ogni occasione per emigrare dal paese.

Le patologie ampiamente sentite dell’economia socialista crearono un terreno fertile per il cambiamento sistemico. L’economia socialista a pianificazione centrale doveva essere seguita da un’economia normale. Questa normalità non fu teorizzata in Polonia, ma consisteva nell’instillare principi che erano osservati nelle economie dell’OCSE (dall’Europa occidentale al Giappone).

La pianificazione fu sostituita da una naturale coordinazione e concorrenza di mercato, in cui l’offerta, la domanda e i prezzi sono strumenti di bilanciamento fondamentali. La concorrenza sul mercato non è reale se non vengono rispettate la libertà di fondare imprese, d’ingresso sul mercato e di concorrenza. L’imprenditorialità economica comporta il rischio che viene assunto con conseguenze per il proprietario. L’economia socialista socializzò il costo degli errori; il fallimento dell’imprenditore è il costo di quest’ultimo. La proprietà privata è un prerequisito necessario per determinare chi sostiene le conseguenze economiche delle proprie azioni e quali esse siano. Questi principi furono quindi sanciti dalla costituzione polacca e costituiscono i fondamenti dell’economia di mercato polacca.

L’economia di mercato moderna non fu progettata da nessuno: emerse in seguito a un lungo processo sulla base di diversi principi fondamentali, identificati appropriatamente da Adam Smith. Non c’è da stupirsi che la riforma dell’economia socialista abbia preso la direzione di un’economia di mercato privata (capitalista). Tali cambiamenti portarono alla Polonia 28 anni di continua crescita economica ed un significativo e verificabile aumento della prosperità media.

Vale la pena di ricordare che i principi dell’economia di mercato permettono di inserirla in varie soluzioni istituzionali e danno ad ogni società l’opportunità di creare il capitalismo con il proprio volto culturale. Il comunismo non crollò quando cadde il muro, ma quando la solidarietà dei lavoratori rifiutò tale sistema come immanente dei lavoratori. Il capitalismo in Polonia rinacque grazie alla solidarietà – dovrebbe quindi essere il capitalismo di una società solidale.

Prof. Aleksander SURDEJ

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